News / Ecco come il coronavirus cambierà lo shopping: dal lusso al sostenibile ecco cosa compreremo

di Cristina Baldini

Lo shopping dopo il Covid, questa grande incognita. Se durante il lockdown ci siamo sbizzarriti con leggings, tute e abbigliamento sportivo vario da sfoggiare in casa, al supermercato e per quelle brevi uscite circoscritte in 200 metri dal portone del palazzo (nemmeno fossimo atleti professionisti), sembra ovvio che dopo il coronavirus nulla sarà più come prima: nemmeno le nostre abitudini d’acquisto. Tanto più che proprio i negozi d’abbigliamento dovranno cambiare tra accessi contingentati, divisori e meno libertà nei camerini.

L’esperienza cinese. I cittadini di Guangzhou, tra i primi a sperimentare il lockdown da virus, hanno festeggiato la riapertura dei negozi puntando direttamente sulle borse firmate di Hermès. Quando il locale punto vendita ha riaperto, l’incasso è stato di 2,7 milioni di dollari in un giorno solo: secondo WWD il maggiore di tutti i tempi per una boutique cinese. Un chiaro esempio di “revenge shopping”, per la serie consoliamoci delle privazioni della quarantena a suon di Birkin in pelle di coccodrillo intarsiate di diamanti.

Il tramonto del fast fashion. Già in calo in tempi non sospetti (vedi il fallimento di Forever 21) potrebbero essere proprio le grandi catene di fast fashion a pagare i costi maggiori della pandemia. Secondo i giornali americani, dopo il Covid chi ama lo shopping punterà sulla qualità più che sulla quantità, come già sta avvenendo da qualche anno con la rivincita del vintage. In breve, meno Primark e più beni durevoli e/o sostenibili: la crisi è tale che H&M ha annunciato la chiusura di 7 punti vendita in Italia. Complice anche il fatto che, se non potremo entrare in un negozio in tranquillità, passando qualche ora del nostro tempo a spulciare tra gli scaffali e facendo fatica a selezionare solo sei capi da portare in camerino, metà del gusto per le shopping addicted viene meno.

Grandi classici. Non solo, ma il virus che ha fatto andare invendute intere collezioni primaverili (Zara, per esempio, ha quasi tutto in saldo sullo shop online) ha costretto brand e consumatori a rendersi conto di quanto il fast fashion costi al pianeta: quando tutto sarà finito, si punterà meno sull’ultima tendenza e più su capi che durano nel tempo. Ci aspettano insomma modelli più «pratici, che esprimano rispetto e funzionalità», ha spiegato Emanuele Farneti, direttore di Vogue Italia, al Messaggero. Come dopo la crisi del 1929 e un po’ come la Grande Guerra, quando le donne rinunciarono ai vezzi in favore di un abbigliamento pratico, sempre chic ma con pochi fronzoli (Coco Chanel ne sapeva qualcosa). Probabilmente compreremo anche meno, “riciclando” di più ciò che già possediamo: d’altronde, lo fa anche Kate Middleton. 

Un occhio all’estate. Archiviata (purtroppo) la primavera di cui quasi nessuno si è reso conto, si punta già ai costumi per le spiagge che – si spera – in qualche modo frequenteremo. Secondo uno studio di Stylight, sono già aumentate in maniera esponenziale le ricerche online del nuovo bikini di tendenza per il funesto 2020 e, se proprio lo volete sapere, il “vincitore” virtuale è il modello anni Ottanta: a vita alta ma sgambato nemmeno fossimo in “Sapore di mare” di Vanzina.

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