Renato Pozzetto, il “ragazzo di campagna” compie 80 anni: i suoi 10 film più belli.

Renato Pozzetto, 80 anni

Basti pensare a Il ragazzo di campagna, assurto al rango di film di culto al punto da far diventare meta di pellegrinaggio per i fan Cascina Casoni (la “Borgo Tre Case” del film), località della campagna pavese. Eppure i lungometraggi di Pozzetto sono sempre stati snobbati dalla critica, che non ha saputo cogliere dietro alla loro leggerezza tematiche profonde, complesse e impegnate. Vediamo una carrellata di dieci titoli emblematici.

La poliziotta (regia di Steno, 1975)
Gianna (Mariangela Melato) abbandona il proprio ruolo di subalterna (segretaria in uno studio legale e compagna sottomessa), divenendo vigile urbano. Tenace e inflessibile come la sua eroina Giovanna d’Arco, tenterà di scoperchiare un imponente sistema di corruzione locale. Pozzetto interpreta Claudio, (ex) fidanzato maschilista, meschino e pusillanime. Opera dal taglio femminista, denuncia il sessismo della società italiana e le gravi lacune in materia di pari opportunità. Mostra inoltre lucidamente i clientelismi nostrani e le difficoltà (o impossibilità) nell’estirparli.

Oh, Serafina! (Alberto Lattuada, 1976)
Augusto, erede di un complesso industriale, è un giovane sensibile, amante della natura incontaminata e capace di dialogare con gli uccelli come un novello San Francesco. Viene circuito e sedotto dall’operaia Palmira (Angelica Ippolito) che si fa mettere incinta e sposare per mero interesse. Ingraziatasi numerosi personaggi influenti fa rinchiudere il marito in manicomio, che qui si innamorerà della bella Serafina (Dalila Di Lazzaro), fatta internare dal padre trafficante d’armi.
Tratto da un romanzo di Giuseppe Berto, il film affronta svariate tematiche: la soppressione della libertà personale nel manicomio disumano (a un anno di distanza dall’uscita di Qualcuno volò sul nido del cuculo e due anni prima dell’approvazione della Legge Basaglia); uno sguardo sull’orrore del business del traffico d’armi verso i paesi più poveri; da ultimo (e quanto mai attuale) l’ambientalismo: Augusto odia la plastica, lotta per un mondo verde, si oppone al progresso-regresso che devasta le bellezze naturali del pianeta. Un possibile film-manifesto per il “Fridays For Future”.

La patata bollente (Steno, 1979)
Bernardo Mambelli detto il Gandi è un operaio, fervente comunista e delegato di fabbrica. Una sera salva da un pestaggio fascista Claudio (Massimo Ranieri), libraio omosessuale che si trasferirà a vivere da lui. L’amicizia tra i due provocherà le gelosie della fidanzata del Gandi, Maria (Edwige Fenech) e i preconcetti omofobi dei suoi colleghi, che lo ritengono contagiato dal “morbo gay”.
Opera pregna di significati politici. Otto anni dopo La classe operaia va in paradiso di Elio Petri (capolavoro imbattuto sul tema) mette in mostra le lotte sindacali che attraversarono gli anni Settanta.
Sbeffeggia un certo fanatismo ideologico dietro al mito dell’Unione Sovietica (“Qualcuno era comunista perché vedeva la Russia come una promessa”, come canterà Gaber). Riflette – soprattutto – su quella che all’epoca era ancora una tematica delicatissima: l’omosessualità, considerata una malattia mentale (l’OMS sdoganerà questa credenza solamente nel 1990) con annessi tutti i pregiudizi e le discriminazioni. E ci ricorda come l’omofobia sia stata presente anche a sinistra (si ricordi come nel 1936 il giurista e commissario del popolo russo Nikolai Krylenko avesse definito l’omosessualità “il prodotto della decadenza delle classi sfruttatrici”).

Sono fotogenico (Dino Risi, 1980)
Antonio Barozzi è un immaturo trentenne di Laveno col sogno di diventare una star del cinema. Parte per Roma alla ricerca dell’agognato successo, ma andrà a sbattere contro un mondo intriso di cinismo, ottenendo solo minuscole e insulse comparsate. Una satira ficcante su un settore popolato da individui gretti ed abietti. Se Billy Wilder con Viale del Tramonto aveva descritto l’illusione della “rinascita” di una diva del cinema muto, Risi e Pozzetto raccontano il deragliare delle speranze di un giovane ipnotizzato – come tanti – dalla società delle apparenze e dal dogma del successo.

Nessuno è perfetto (Pasquale Festa Campanile, 1981)
Guerrino è un imprenditore vinicolo, che dopo la morte della moglie vive in una grande villa con la suocera (Lina Volonghi), con cui intrattiene un rapporto ambiguo e morboso. Incontra la modella Chantal (Ornella Muti), cui salva la vita in modo del tutto casuale. Colto da colpo di fulmine la sposa pur non sapendo nulla del suo passato; successivamente scoprirà che la consorte era un uomo fino a qualche anno prima. Il diffondersi dei pettegolezzi di paese incrinerà una relazione fino a quel momento perfetta. Ma si può rinunciare alla felicità per un pregiudizio? In un ideale “dittico LGBT” con La patata bollente, il film affronta con garbo e delicatezza un altro tema tabù: la transessualità. E con essa anche il diritto alla propria libertà e identità nonché al bisogno di essere accettati e amati per quello che si è. Alla faccia delle maldicenze altrui.

Un povero ricco (Pasquale Festa Campanile, 1983)
Il ricco Eugenio, terrorizzato dall’idea di perdere tutti i suoi averi, decide di sperimentare in incognito un periodo di povertà. Tra appartamenti squallidi, clochard e sfortunati furti alla Standa sarà una dura prova, ma gli permetterà anche di scoprire dei valori che gli erano ignoti. Critica feroce a una borghesia avida, frivola, priva di qualsivoglia principio morale.

Avarie

Il ragazzo di campagna (Castellano e Pipolo, 1984)
L’ingenuo e semplice contadino Artemio, stancatosi della monotona vita di campagna, abbandona il paesino di Borgo Tre Case e parte alla volta di Milano. Qui troverà un’esistenza caotica, la solitudine della grande metropoli, rapporti affettati, la difficoltà di trovare un’occupazione dignitosa. Il “sogno milanese” cede il posto al lato oscuro della “capitale morale”: la freddezza, la frenesia, i dogmi del fatturato e del carrierismo che producono alienazione e infelicità. Il film è anche un inno alla semplicità e alla frugalità della campagna, alla capacità di meravigliarsi per le piccole cose (“È sempre bello il treno!”) e al calore delle relazioni umane autentiche.

Casa mia casa mia… (Neri Parenti, 1988)
Mario Bartoloni, dipendente di un’importante gioielleria, viene trasferito da Milano a Roma. Si accorda con un collega che deve fare il percorso inverso per lo scambio dei rispettivi appartamenti. Una volta arrivato a destinazione scopre di essere stato truffato: la contessa Salviati (Athina Cenci), proprietaria dello stabile, aveva sfrattato tutti gli inquilini. Comincerà un lungo calvario alla ricerca di una casa, anche con il ricorso a sotterfugi. Rappresentazione del dramma delle persone che non hanno un’abitazione, con un accenno alla tematica della speculazione edilizia.

Infelici e contenti (Neri Parenti, 1992)
In una casa di riposo si incontrano il paraplegico Aldo e il cieco Vitttorio (Ezio Greggio). Partiti alla volta della Riviera Ligure, vivranno molte disavventure. Una riflessione sulla disabilità e sulle sue conseguenze nel quotidiano e negli affetti; nonché una celebrazione dell’amicizia vera e disinteressata, che permette di andare avanti e affrontare le difficoltà della vita.

Mollo tutto (José María Sánchez, 1995)
Esasperato da una moglie e una figlia anaffettive, Franco fugge in Tunisia. Qui si ritrova tuttavia senza soldi e documenti. Riesce a rientrare in Italia a bordo di una nave carica di disperati, stipati come bestie.
Tra questi vi è Selim, bambino con cui ha fatto amicizia durante il soggiorno tunisino. Tornato a Roma e assunta la falsa identità del barbuto Mustafà, riesce a farsi assumere come domestico proprio a casa della sua famiglia. Un acuto focus sulla tragedia dell’immigrazione clandestina e della tratta di umani, sulla situazione d’indigenza in cui vivono molte delle persone fuggite dalla terra natia e sulle problematiche dell’assenza di politiche d’integrazione. “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”, scriveva Tomasi di Lampedusa ne Il Gattopardo. E quante cose sono rimaste immutate in quest’Italia.

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